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	<title>Mitologie Contemporanee</title>
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	<description>sogni collettivi nel terzo millennio</description>
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		<title>Silicone</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 20:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Se c’è un difetto che può essere eliminato, perché non farlo!”. Quanti hanno sentito queste parole… Palpebre cadenti, seni da rassodare, vagine da restaurare, possono essere ritoccati grazie alla nuova amica dell’uomo: la chirurgia plastica. Al mondo d’oggi, infatti, dove l’aspetto fisico e l’immagine sono sempre più rilevanti, si avverte prepotentemente l’esigenza di essere belli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Se c’è un difetto che può essere eliminato, perché non farlo!”. Quanti hanno sentito queste parole… Palpebre cadenti, seni da rassodare, vagine da restaurare, possono essere ritoccati grazie alla nuova amica dell’uomo: la chirurgia plastica. Al mondo d’oggi, infatti, dove l’aspetto fisico e l’immagine sono sempre più rilevanti, si avverte prepotentemente l’esigenza di essere belli, senza difetti e sempre più giovani.<span id="more-257"></span></p>
<p><img class="alignnone" style="margin-left: 50px; margin-right: 50px;" title="Nip/Tuck" src="http://www.vedoinstreaming.com/wp-content/uploads/2009/06/niptuckseas3.jpg" alt="" width="476" height="329" /></p>
<p>La mission della chirurgia plastica è ormai quella di correggere e migliorare imperfezioni estetiche ristabilendo armonia nelle proporzioni del corpo. Essa si serve soprattutto del silicone che si presenta sottoforma liquida e gelatinosa. E’ atossico e non allergico. La sua compatibilità con l’organismo non è solo biologica ma anche psicosociale in quanto in pochi anni la maggior parte delle persone si è abituata a considerare senti rifatti e zigomi rialzati come nuove forme di natura. L’imperativo della bellezza a tutti i costi non è prerogativa della nostra epoca: esisteva già nel mondo antico. Indicativo è il caso dell’imperatore Giustiniano II: per impedirgli di riconquistare il trono gli fu amputato il naso. Se lo fece ricostruire e tornò al potere. Dagli antichi romani ai giorni nostri la chirurgia plastica continua ad essere al centro dell’attenzione. Numerosi programmi televisivi la vedono protagonista: dall’italiano Bisturi alla serie americana Nip/Tuck. E’ forte l’effetto coercitivo esercitato dai media: ci presentano la bellezza come valore assoluto che permette di essere al passo con i tempi e di integrarsi al tessuto sociale. Canoni di una bellezza ideale sono quelli occidentali a cui tutti fanno appello, anche chi possiede tratti somatici diversi. E’ per questo che attualmente si è parlato di globalizzazione della chirurgia estetica. Il silicone, dunque, è un’arma capace di rendere il corpo più sensuale, di inserirlo in un format corporeo standard che aiuta l’individuo ad omologarsi alla società con cui si confronta. Società che non deve considerarlo diverso ma sempre più “in”. Ciò che colpisce è l’aumento di richieste provenienti dai teenagers che si fanno regalare un intervento. La domanda è: “Perché è diventato cosi semplice rivolgersi alla chirurgia plastica?”. Le motivazioni sono disparate: molti interventi al silicone sono economicamente accessibili e richiedono sempre meno tempo: in mezz’ora è possibile ottenere labbra più turgide e rughe meno evidenti, altri invece richiedono maggiore attenzione e controlli periodici. Molti pazienti che si rivolgono alla chirurgia estetica vorrebbero aumentare la propria autostima, piacere di più agli altri. Pertanto è ormai constatato che la chirurgia plastica è parte integrante del nostro vissuto, è esistita da sempre; non più inaccessibile diventa fenomeno di costume: è da qui che si consacra al mito. Non ha bisogno di dimostrazioni, è radicata nel presente e senz’altro nel futuro delle società moderne; annoverata tra le ultime esigenze dell’essere umano diventa un vero e proprio bisogno, non più un piacere, di cui non si può fare a meno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Amalia Baiano</strong></p>
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		<title>Coppie divine</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 19:19:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’erano una volta Cesare e Cleopatra. Lui era un grand’uomo, lei era una regina seducente (sebbene non potesse ancora usufruire dei prodigi della chirurgia plastica). Si erano incontrati, si piacevano e vivevano felici e contenti, dominando di qua e di là. Ed ebbero un figlio, chiamato molto semplicemente Cesarione. Che amore.

Oggi questa coppia celebre non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’erano una volta Cesare e Cleopatra. Lui era un grand’uomo, lei era una regina seducente (sebbene non potesse ancora usufruire dei prodigi della chirurgia plastica). Si erano incontrati, si piacevano e vivevano felici e contenti, dominando di qua e di là. Ed ebbero un figlio, chiamato molto semplicemente Cesarione. Che amore.<span id="more-254"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Brangelina" src="http://blog.oregonlive.com/houseoffame/2008/07/PittJolieAP.jpg" alt="" width="585" height="469" /></p>
<p>Oggi questa coppia celebre non si chiamerebbe più “Cesare E Cleopatra”, come due esseri distinti che condividono l’esistenza. Oggi le coppie famose si chiamano “insieme”: Brangelina (Brad Pitt e Angelina Jolie), TomKat (Tom Cruise e Katie Holmes), Briatoraci (Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci) e svariati, globali, eccetera.</p>
<p>Non sono due persone distinte (sebbene abbiano promettenti “capacità” anche da soli), vengono percepite come “metà di” e sono considerate come un unicum celestiale al quale da comuni mortali, ci si rivolge con ammirazione.</p>
<p>Ma cos’è che rapisce il buon senso e indirizza verso la meraviglia per questi amori paradisiaci?</p>
<p>Sarà la storia nata sul set cinematografico, l’anello di fidanzamento da mezzo milione di dollari o che la “lei” da piccola sognava di sposare il suo divo del cinema e se l’è ritrovato tra le braccia?</p>
<p>Il dilemma è … attira di più “insieme” per l’apogeo del materialismo o “insieme” per l’estrema dichiarazione di felicità?  La venerazione nasce nell’ammirazione dell’amore felice in prima pagina, o nell’assoluta invidia dell’edonismo?</p>
<p>Attraggono perché le vite delle coppie DIVINE sono intrinseche di scoop: dalle amicizie “sospette” alla scommessa sulla presunta data del matrimonio, dalle notti scandalose al numero di figli attesi.  Storie d’amore che passano dal nero al bianco davanti agli occhi del mondo intero, in un quadro d’insieme che si scompone e si ricompone, restando sempre immacolato.</p>
<p>C’è l’imbarazzo della scelta nello scegliere cosa invidiare in assoluto: ville molto simili a regge, un armadio senza fondo esclusivamente (e/o personalmente) firmato, un patrimonio no &#8211; limits, fisici a dir poco mitologici e figli belli, bellissimi e con nomi assolutamente particolari (vedi Brooklyn, Suri, Shilou Nouvel e CHANEL…).</p>
<p>La “Famous Couple” attira, e domina. E la divinizzazione avviene perché il loro amore da copertina non solo rispecchia le più belle favole di tutti i tempi, ma le incarna. E’ bella, ricca e sfacciatamente V.I.P.</p>
<p>Essa rende in qualche modo reale ciò che è sempre stato “solamente” fantastico. E lo è ancora, ma… adesso lo è di più.  In realtà l’amore delle celebrities è molto simile a quello che vivono gli anonymous, con tutte le delusioni e i ritorni di fiamma del caso, ma poco importa se dietro la patina d’oro ci sono tradimenti, sedute dalla psicanalista e conversioni spirituali. L’importante è stare INSIEME. Perché è insieme che si diventa il TUTTO e che si detta legge.</p>
<p>Questo perfetto puzzle di cristallo imprigiona come un incantesimo, ed esprime ai massimi livelli la fantasia di milioni di spettatori che restano col fiato sospeso fino alla prossima mossa da prendere in esempio.</p>
<p>E come disse <strong>Henri  de Régnier</strong>: “L’amore è eterno … finché dura”.</p>
<p style="text-align: right;">Francesca Della Ragione</p>
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		<title>Mourinho</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 19:10:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LO STRANIERO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO
Quando le parole colpiscono meglio di qualsiasi arma. Quando un’immagine diventa un’icona. Quando un nome non ha bisogno di parole per essere spiegato. Quando questo è Mourinho. In un paese di compromessi, mediazioni e pastette per paura di soccombere, “Mou” è arrivato per stravolgere il panorama calcistico italiano. Con sole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>LO STRANIERO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO</h1>
<p>Quando le parole colpiscono meglio di qualsiasi arma. Quando un’immagine diventa un’icona. Quando un nome non ha bisogno di parole per essere spiegato. Quando questo è Mourinho. In un paese di compromessi, mediazioni e pastette per paura di soccombere, “Mou” è arrivato per stravolgere il panorama calcistico italiano. Con sole tre parole buca lo schermo e rimane nella mente. Per nulla prolisso, poche parole ma buone. Non ama schierarsi, ne farsi strumentalizzare. Un carattere forte e non permissivo. L’opposto dei personaggi e delle icone all’italiane.<span id="more-247"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Jose Mourinho" src="http://blogs.manchestereveningnews.co.uk/worldcup/JoseMourinho.jpg" alt="" width="585" height="485" /></p>
<p>E chi va contro ciò che è comune, non può che diventare un mito. Ne è una prova la puntata del “Chiambretti Night” che ha raggiunto il massimo di ascolti quando il ct dell’Inter è comparso come ospite; o i cinque libri che cercano di spiegare l’uomo, il pensiero, l’allenatore Mourinho. Al di là dei dati statistici, della fede calcistica o della simpatia-antipatia che può ispirare, è inconfutabile che Mourinho attira e fa parlare di sé. Uno straniero che riesce in qualsiasi modo ad esser al centro dell’attenzione, a monopolizzare i mass media. Uno straniero dagli occhi di ghiaccio che va contro ogni luogo comune. Non il classico straniero dell’immaginario collettivo visto come rozzo, brutto, scarso conoscitore della lingua italiana, pericoloso e magari un po’ stupido. No, lui conosce cinque lingue, è laureato, distinto e a detta del pubblico femminile anche piuttosto affascinante. Lo straniero che non ha paura di dire ciò che pensa, né a chi lo dice e soprattutto sa bene cosa dire.</p>
<p>Un allenatore che sa anche distinguersi da tutti i suoi colleghi. È fuori dal comune. È riuscito anche a rompere gli schemi, ad andar oltre il calcio. È conosciuto anche da chi non segue o non ama il calcio. Le sue dichiarazioni sono diventate massime, un po’ come quelle dei grandi oratori e poeti. Un intellettuale dei tempi moderni, le sue espressioni vengono sempre più usate, sia come sfottò che come prese di posizione, come metafore di vita. <strong>“Io non sono un pirla”</strong>, per dichiarare appunto che non è un tipo comune, o addirittura <strong>“anche Gesù non piaceva a tutti”</strong>, per rispondere alle provocazioni di chi l’accusa di antipatia.</p>
<p>Un Achille dei tempi moderni, come il prode guerriero combatteva solo e non aveva paura di niente, cosi il “Mou” lotta e combatte nell’arena mediatica. Come un valoroso guerriero che racchiude in sé tante qualità e talenti. Come il più classico degli eroi che diventa tale per aver vissuto un dramma infantile, cosi Mourinho dopo che in una notte di Natale il padre, anche egli allenatore viene esonerato, decide di diventare il numero uno, <strong>the Special One</strong> come lui ama definirsi. E come un moderno Robin Hood che lotta contro i potenti in favore dei più deboli, lui combatte contro i potentati che appoggiano i suoi antagonisti, vedi la Juventus appoggiata da giornali come la Stampa e Tutto Sport, il Milan con Berlusconi e le reti Mediaset. Un uomo che col suo magnetismo ha segnato il costume sportivo e riesce a dettare i tempi e il ritmo. Un uomo che essendo sia il medium che il messaggio, ha trionfato sul pensiero unico del giornalista collettivo.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Gennaro Auletta</strong></p>
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		<title>Gomorra</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 18:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il titolo è &#8220;Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della Camorra&#8221;. In copertina il capolavoro di Andy Warhol &#8220;Knives&#8221;. Perchè &#8220;la Camorra&#8221; è associata all&#8217;immagine stilizzata dei coltelli di Warhol? Quei coltelli sono in carattere di negativo fotografico, ci riconducono ad uno scenario misterioso e sanguinario, rendono gli oggetti immateriali e appartenenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lariaeditutti.org/merlino/wordpress/wp-content/uploads/2009/04/gomorra.jpg" alt="" width="200" height="282" />Il titolo è &#8220;<strong>Gomorra</strong>. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della Camorra&#8221;. In copertina il capolavoro di Andy Warhol &#8220;Knives&#8221;. Perchè &#8220;la Camorra&#8221; è associata all&#8217;immagine stilizzata dei coltelli di Warhol? Quei coltelli sono in carattere di negativo fotografico, ci riconducono ad uno scenario misterioso e sanguinario, rendono gli oggetti immateriali e appartenenti non alla realtà, ma all&#8217;immaginazione che si sviluppa nel vederli. Il mito si sprigiona in tutta la sua potenza e con quei coltelli &#8220;taglia&#8221; il determinato dall&#8217;indeterminato, la realtà dall&#8217;immaginazione. Chi non è mai vissuto in &#8220;Terra di Gomorra&#8221; non riesce a mettere a fuoco &#8220;un Inferno di nome Scampia&#8221; o &#8220;l&#8217;Impero del Male&#8221; in una piccola provincia come Casal di Principe. E&#8217; cosi che il mito riaffiora in superficie e ri-comincia a narrare. Narra di quella Gomorra biblica distrutta con Sodoma, per la corruzione, la malavita e la lussuria dei suoi abitanti che Dio decise di punire con “Zolfo e Fuoco”. La distruzione catastrofica avvenne verosimilmente intorno al 1900 a.C. a causa di un forte terremoto accompagnato da esplosioni e da fulmini. Oggi nella penisola el-Lisan , il Mar Morto sommerge la terra in cui un tempo sorgevano le due città.</p>
<p>Secondo Massimo Pittau, linguista italiano, &#8220;Camorra&#8221; deriva da &#8220;Gomorra&#8221;, il passaggio semantico da Gomorra, nome proprio di città, all&#8217;appellativo camorra &#8220;associazione a delinquere&#8221; sarà avvenuto per traslato attraverso il significato intermedio &#8220;vizio, delinquenza”. E’ importante riportare ciò che Giulio Bertoni ha scritto nel suo Vocabolario della Lingua Italiana “Napol. camorra (gam.), forse comp. di (m)morra, branco, torma, banda”. Soffermandoci sulla sillaba, messa fra parentesi, (gam.) ci rendiamo conto che questa sillaba non figura nell’elenco delle abbreviazioni premesso al Vocabolario, è molto probabile che il Bertoni volesse segnalare l’esistenza di una variante gamorra. E se questa interpretazione fosse esatta, allora abbiamo una chiara e forte conferma della connessione dell’appellativo camorra col toponimo biblico Gomorra.</p>
<p>Oggi “Gomorra” di Roberto Saviano ha sconvolto e turbato l&#8217;immaginario collettivo. Le merci, il sangue, le sparatorie, i clan, le ville hollywoodiane, i riti d&#8217;iniziazione, la droga, le armi, i rifiuti, il cemento armato; un quadro svelato integralmente per la prima volta al grande pubblico, ma di dimensioni inquietanti. La parola Gomorra è sempre più diffusa nei nostri telegiornali, quotidiani, libri e blog. L&#8217;immaginario collettivo ha, di fatto, dato vita ad un concreto luogo geografico, come se la &#8220;Terra di Gomorra&#8221; e i luoghi narrati diventassero un&#8217;unica grande città : <strong>&#8220;Preso in Spagna il boss di Gomorra&#8221; </strong>titola il Corriere della Sera in seguito all’arresto di un latitante. Ma Gomorra oggi è legato anche ad altri campi di significato: <strong>&#8220;Metodo Gomorra made in Nord&#8221;</strong> per dire che Gomorra si trasforma in un metodo, alla stregua del Made in Italy, diventa un marchio, un marcatore del Sud che trapianta le sue radici al Nord e capace di espandersi ancora.</p>
<p><strong>&#8220;Sole e Monnezza. Da Gomorra allo sviluppo&#8221;</strong> qui Gomorra diventa una condizione, un degrado, una fotografia immortalata senza filtri: non una &#8220;Gomorra territoriale&#8221;, ma una &#8220;Gomorra culturale&#8221;.</p>
<p>In questo lucido percorso di presa di coscienza, l’elemento temporale diventa elemento di speranza, la speranza che l’indignazione possa finalmente tradursi in ferma, risoluta, re-azione.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Manuela De Luca</strong></p>
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		<title>Vita in diretta</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 18:42:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’evoluzione della tecnologia, unitamente all’evoluzione della società, ha determinato, o quantomeno influenzato il palinsesto televisivo. La paleotelevisione mirava al divertimento dello spettatore e soprattutto all’accrescimento del senso critico e alla sua formazione culturale. La neotelevisione, invece, presenta programmi confezionati, in cui persino le emozioni e i sentimenti vengono spettacolarizzati, e non solo, anche le notizie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’evoluzione della tecnologia, unitamente all’evoluzione della società, ha determinato, o quantomeno influenzato il palinsesto televisivo. La paleotelevisione mirava al divertimento dello spettatore e soprattutto all’accrescimento del senso critico e alla sua formazione culturale. La neotelevisione, invece, presenta programmi confezionati, in cui persino le emozioni e i sentimenti vengono spettacolarizzati, e non solo, anche le notizie di cronaca dei telegiornali sfruttano immagini sempre più crude che puntano al sensazionalismo e al coinvolgimento emotivo dello spettatore.<span id="more-237"></span></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-238" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="vita in diretta" src="http://mitologiecontemporanee.com/wp-content/uploads/2009/10/confessiocry.jpg" alt="vita in diretta" width="550" height="314" /></p>
<p>Essa entra nella vita privata delle celebrità e dell’uomo qualunque, infatti sono sempre più numerose le persone che non esitano ad entrare nei salotti televisivi e raccontare, attraverso le telecamere, il proprio mondo, le proprie emozioni e di farsi utilizzare e utilizzare la tv. Che si tratti di reality show, di programmi d’intrattenimento o di riviste patinate, il denominatore comune è sempre lo stesso: “mettere in piazza i propri sentimenti”. Sembra che tutti siano pervasi da un’irrefrenabile voglia di raccontarsi, di mostrare il proprio privato, di rendere “spettacolo” il proprio mondo interiore, esagerando intenzionalmente l’intensità dei sentimenti espressi: gioia, felicità, presunti innamoramenti. Così anche il dolore e le lacrime, diventano “spettacolo” per l’occhio indiscreto delle telecamere. I programmi sembrano essere una via di mezzo tra uno sfogo tra amiche e una seduta psicanalitica, in cui sia persone totalmente sconosciute, che professionisti stimati dal pubblico, si sentono autorizzati a spiattellare al pubblico ogni loro più privato e personale tormento. Il grande successo della “tv dei sentimenti” scaturisce dal fatto che essa è seguita maggiormente da un pubblico che preferisce superare le incertezze e le delusioni della propria quotidianità affrontandole con l’emozione virtuale dell’intrattenimento televisivo. Questo genere di programmi è fiorito intorno agli anni ‘80, in un momento di capovolgimento tra pubblico e privato, a vantaggio del secondo, privilegiando le “microstorie” individuali e quotidiane e mostrando indifferenza per le grandi storie collettive, sociali e politiche. Tale genere di televisione ricalca la corrente “minimalista” che ha interessato l’arte nei primi anni ‘60 e più tardi anche la letteratura. Con il termine “minimalista” si intendono le opere di una generazione di giovani narratori americani tra i quali John Barth, Robert Coover, William H. Gass e l’irlandese Samuel Bechet. Essi mirano alla narrazione del particolare, del quotidiano con uno stile e un linguaggio asciutto, essenziale, immediato. I protagonisti delle loro opere non sono personaggi straordinari o eroi, ma sono persone comuni, normali, così come lo sono i protagonisti della “tv dei sentimenti”.         Questo genere letterario e le rappresentazioni televisive moderne puntano esclusivamente alla partecipazione diretta del lettore-spettatore in maniera fortemente emotiva fino a giungere ad una sorta di “empatia”. Il coinvolgimento è così forte e profondo che lo spettatore è chiamato a scegliere da che parte stare, chi difendere e chi, invece, denigrare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Carmen Franzese</strong></p>
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		<title>Poker Online</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 17:26:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“&#8230;quando la fortuna va bene ma l&#8217;abilità va meglio”
Lo sviluppo esponenziale di Internet e la possibilità di adattamento ai new-media non può essere l&#8217;unica causa di affermazione del poker. Una società individualista come la nostra, che garantisce poco le persone e nega ad ampie fasce di popolazione quelle garanzie legate alla stabilità dell’impiego e alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>“&#8230;quando la fortuna va bene ma l&#8217;abilità va meglio”</h1>
<p>Lo sviluppo esponenziale di Internet e la possibilità di adattamento ai new-media non può essere l&#8217;unica causa di affermazione del poker. Una società individualista come la nostra, che garantisce poco le persone e nega ad ampie fasce di popolazione quelle garanzie legate alla stabilità dell’impiego e alla sicurezza dell’occupazione, si declina come uno scenario in continuo mutamento dove la semplicità di un click all&#8217;interno di una qualsiasi poker-room può rappresentare una via di fuga da un mondo dove affermarsi appare difficile. <span id="more-232"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Poker Online" src="http://www.itapoker.net/images/1157658071.jpg" alt="" width="550" height="310" /></p>
<p>Da questo scenario nasce il mito Moneymaker, il giocatore di poker on-line, colui che letteralmente “fa i soldi” alle macchinette, ma non solo. Investendo poco più di 39 dollari in una poker-room un celebre Moneymaker ha ottenuto un pass per i campionati mondiali di poker del 2003 che lo hanno visto vincitore facendolo diventare plurimilionario. Da allora il numero di partecipanti al fenomeno pokerista ha registrato un aumento continuo sino a raggiungere la quota di 4,3 milioni di giocatori solo nel mercato italiano, secondo un’indagine condotta da Ipsos. Di questi 970 mila giocano frequentemente per un giro d&#8217;affari pari a 140 milioni di euro. Il tutto è facilitato dalla possibilità di restare comodamente seduti sulla poltrona di casa, il che incrementa non solo la possibilità di utilizzo, ma anche l&#8217;abuso in senso patologico del poker in rete. I giocatori incalliti diventano presto vittime del poker on line. Finiscono per ridurre al minimo l&#8217;incontro con altri individui, eliminano ogni attività culturale come la lettura, ritagliano progressivamente sempre meno tempo per gli hobbies, gli amici e nel complesso per un costruire e mantenere relazioni con il contesto sociale al di fuori delle mura di casa. I risvolti negativi sono le difficoltà interpersonali che legano il singolo ad un rapporto costante e permanente con la macchina, la quale può diventare lo strumento che condiziona e controlla la vita emozionale, psicologica e sociale del soggetto stesso.</p>
<p>Ma la forte complementarietà con quelle che sono le forze totalizzanti espresse dalla globalizzazione consentono al poker on line di porsi nella scia di un fenomeno fortemente plurale, aperto a chiunque. <em><strong>&#8220;Sul tavolo verde l&#8217;unico colore che conta è quello delle carte&#8221;</strong></em> è un&#8217;espressione che cristallizza un concetto chiave, quello della mancanza di qualsiasi forma di discriminazione in cui razza, religione e sesso sono variabili prive di significato. Inoltre l&#8217;ormai affermata considerazione del poker come gioco di abilità elimina tutti quegli aspetti che lo rinchiudevano entro confini esclusivamente legati alla fortuna. Una partita di poker è incentrata sui giocatori seduti al tavolo verde piuttosto che sulle carte che si hanno in mano. Le carte girano, la fortuna va e viene, ma l’abilità tecnica e psicologica di un giocatore rimane una costante indispensabile per la riuscita di una mano o di un’intera partita di poker  (su tali criteri si basano le normative recenti di legalizzazione del poker). Più che un semplice gioco di carte il poker è una scuola di vita: è un gioco nel quale un numero ridotto di giocatori cercano di superarsi l’uno con l’altro in astuzia, in un contesto di strategie segrete e abili calcoli. Molte interazioni umane possono essere interpretate come scontri di intelletti, alla stregua del poker. Infine, la possibilità offerta a tutti (dilettanti e professionisti) di partecipare a tornei e riscuotere vincite milionarie è l&#8217;aspetto fondamentale che accresce sogni e speranze dei giocatori e alimenta una progressiva espansione del fenomeno poker. Un terreno dove ciascuno può dimostrare di essere un vero asso.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Vincenzo Vigliotti</strong></p>
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		<title>Superga</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 16:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo negli anni ’80 quando milioni di persone indossano scarpe in tela bianca con la suola in gomma marchiate Superga. Sono tempi che sembrano veramente lontani da noi: ci si divertiva con niente, un pallone, una bambola, un pezzo di gesso, non c’era Internet, non c’erano telefonini né reality show.

Siamo stati probabilmente gli ultimi bambini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo negli anni ’80 quando milioni di persone indossano scarpe in tela bianca con la suola in gomma marchiate Superga. Sono tempi che sembrano veramente lontani da noi: ci si divertiva con niente, un pallone, una bambola, un pezzo di gesso, non c’era Internet, non c’erano telefonini né reality show.<span id="more-229"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-230" title="Superga" src="http://mitologiecontemporanee.com/wp-content/uploads/2009/10/superga.jpg" alt="Superga" width="550" height="338" /></p>
<p>Siamo stati probabilmente gli ultimi bambini davvero ingenui e candidi, per cui non esistevano doppi sensi e bastava uno sguardo per farci arrossire. E’ proprio in questo contesto ancora incontaminato, in una società non molto ricca, che dilaga il mito delle Superga: scarpe che venivano prodotte solo in bianco e in blu, con una suola in gomma, il cui costo era di appena dieci mila lire e, quindi, tutti potevano acquistarle. La loro missione era l’essere indossate in qualsiasi momento della giornata, l’essere sporcate mentre si correva tra la polvere, con quel buchino che sempre si formava e che conferiva loro un’aria vissuta. Ci si sentiva tutti uguali indossando le stesse scarpe, tanto che qualcuno preferiva personalizzarle con strani disegni fatti con i pennarelli.</p>
<p>Ed oggi, primavera 2009, dopo un lungo letargo durato più di 10 anni, eccole di nuovo nelle vetrine, in tanti colori diversi, ma sempre così semplici e ai piedi di centinaia di ragazzi… eppure cosa è rimasto di quegli anni ’80? Probabilmente nulla, non c’ è più l’ingenuità, la gioia di correre tra i prati, di guardare il sole tramontare, c’è solo lo schermo di un PC e una rete invisibile dove bambini e ragazzi passano le loro giornate. Due epoche completamente diverse, ma con un denominatore comune: un paio di scarpe, simbolo di una generazione. Cos’è che spinge generazioni così diverse tra loro ad avere la stessa voglia di indossare queste scarpe? Prima non c’era tanta scelta, ci si accontentava quasi di queste scarpe talvolta maleodoranti; oggi i ragazzi scelgono di comprarle tra una moltitudine di proposte, inoltre l’avere tutti le stesse scarpe una volta infastidiva, oggi probabilmente aiuta a sentirsi parte di un mondo la cui diversità spaventa e dove anche solo un paio di Superga possono aiutare ad accorciare le distanze con l’altro. Le Superga permettono alla semplicità e alla bellezza di un tempo trascorso di rivivere con forza e vigore tra i giovani, che le indossano probabilmente con la voglia di tornare indietro o di modificare, “passo dopo passo”, una realtà che non piace, un futuro incerto, perché forse è più facile guardarsi indietro, verso un passato che già si conosce e magari costruire un futuro diverso. Questa voglia di attualizzare il passato fa emergere una tendenza che esercita il proprio potere su una fetta sempre più grande di appassionati, il vintage, concetto sentimentale della memoria, un lavoro di recupero che sembra fare del vecchio un elemento inedito, sottraendolo all’oblio. Il cult del passato non deve essere visto come una fuga retorica dal presente, ma piuttosto come distinzione e individualizzazione estrema, in una società orientata alla massificazione. Le Superga cavalcano quest’onda lasciando, così, nella storia tracce del loro vissuto. Riannodando un filo con quello che già siamo stati.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Roberta Manzi</strong></p>
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		<title>Chanel n°5</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 16:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“UN PROFUMO DI DONNA CHE PROFUMA DI DONNA”
Era questo che desiderava Gabrielle Chanel, in arte Mademoiselle Coco Chanel. Un profumo nuovo, intangibile, raro, che potesse incarnare l’eleganza eterna. &#8220;Voglio dare alla donna un profumo creato come un vestito, cioè costruito&#8221; diceva Coco Chanel. Sicuramente Marylin Monroe doveva averla presa alla lettera, poiché diceva di indossare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>“UN PROFUMO DI DONNA CHE PROFUMA DI DONNA”</h1>
<p>Era questo che desiderava Gabrielle Chanel, in arte Mademoiselle Coco Chanel. Un profumo nuovo, intangibile, raro, che potesse incarnare l’eleganza eterna. <em>&#8220;Voglio dare alla donna un profumo creato come un vestito, cioè costruito&#8221;</em> diceva Coco Chanel. Sicuramente Marylin Monroe doveva averla presa alla lettera, poiché diceva di indossare una goccia N°5 come abito per la notte.</p>
<p><img class="alignnone" title="Chanel n°5" src="http://chatcheri.files.wordpress.com/2009/03/n5_chanel_reference.jpg" alt="" width="550" height="382" /></p>
<p>Ideato e creato nel 1921 da Gabrielle Chanel con la collaborazione del chimico Ernest Beaux, che miscelò per la prima volta essenza naturale e sintetica, utilizzando per primo le aldeidi alifatiche come nota dominante. La fragranza innovativa, non assomigliava a nessun’altra sul mercato e conquistò Coco che scelse il profumo alla quinta essenza di prova. Poi gli cucì un abito su misura ispirandosi alla moda maschile: un flacone sobrio e pulito, vestito di una semplice etichetta e un astuccio in cartoncino bianco bordato nero, in uno stile minimale. Rispetto al tempo che passa Chanel n°5 si presenta più che mai come un profumo di carattere, affascinante, quasi magico che seduce sia la mente sia i sensi. Il profumo parla una lingua universale che supera ogni confine del tempo e dello spazio. E’ entrato nella leggenda come arma di conquista e seduzione, emblema di modernità, Chanel n°5 somiglia a un’opera d’arte: impossibile ritrovarne il profumo in natura. Da quando, nel 1945 è esposto al Metropolitan Art Meseum a New York, il suo design è diventato un’icona di stile. Il suo segreto è il saper rinnovarsi ogni anno, tant’è che ancora oggi è uno dei profumi più venduti al mondo, una composizione astratta di note che cambiano a contatto con la pelle. Probabilmente, Coco Chanel non comparirà nei testi di marketing, ma anche in questo le sue idee erano all’avanguardia. Per lanciare il N°5 iniziò a regalarlo a poche clienti e lo fece spruzzare nei suoi atelier. Senza, però, rivelarne la provenienza. Finché, grazie al passa parola, la richiesta salì alle stelle.</p>
<p>Da sempre il profumo è un oggetto misterioso e inafferrabile che rispecchia sensazioni e sentimenti, il profumo ci fa vivere l’altra faccia di noi stessi, quello che vorremmo essere o avere. Possederlo segna nell’immaginario comune un’ascesa sociale, un’acquisizione di stile. Negli anni la maison Chanel, attraverso le sue sofisticate campagne pubblicitarie, ha voluto proiettare il pubblico in atmosfere oniriche, per indurlo all’acquisto, di questo profumo che dona la possibilità di acquisire con esso valori che racchiude in sé. Chanel, custode di una potenza evocatrice e simbolica, costruisce attorno al prodotto, attraverso la comunicazione pubblicitaria, un mondo immateriale, seducente e intrigante, dove la pubblicità, attraverso la messa in scena dell’universo simbolico del brand, conferisce  al n°5 un valore identitario. <strong>Sobrietà, classicità, stile senza tempo</strong> sono solo alcuni degli ingredienti vincenti che percepisce chi lo acquista.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Angela Conte</strong></p>
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		<title>Zara</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 23:42:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta il lusso. Oggi, invece, siamo immersi nel fenomeno della democratizzazione di quest’ultimo. La regola del low-cost è sempre quella: la griffe propone, il brand ripropone. A prezzi popolari, naturalmente. La filosofia delle catene di abbigliamento low-cost è trarre ispirazione dai capi proposti sulle passerelle internazionali e proporli alla massa di consumatori che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta il lusso. Oggi, invece, siamo immersi nel fenomeno della democratizzazione di quest’ultimo. La regola del low-cost è sempre quella: la griffe propone, il brand ripropone. A prezzi popolari, naturalmente. La filosofia delle catene di abbigliamento low-cost è trarre ispirazione dai capi proposti sulle passerelle internazionali e proporli alla massa di consumatori che, pur non disponendo di budget tali da permettersi shopping tra le boutique griffate, ne apprezza i modelli e ne capta le tendenze. Ecco perché Zara rappresenta l’ancora di salvezza delle fashioniste che, ammaliate dai trend dei defilè, trovano in questa catena una valida alternativa cheap all’inevitabile dilapidazione dei risparmi. Infatti le donne europee non solo mostrano forte stima di sé, ma hanno anche potere d’acquisto che permette loro di stare al passo con la moda internazionale.<span id="more-223"></span></p>
<p><img class="alignnone" title="Zara" src="http://images.businessweek.com/ss/06/07/top_brands/image/zara.jpg" alt="" width="550" height="354" /></p>
<p>Il costruirsi un’identità personale oggi più che mai sembra dipendere dal mondo della moda e dai capi d’abbigliamento che decidiamo di indossare. Così tende sempre più a scomparire la categoria media di prezzo e i consumatori si dividono tra ricchi planetari che continuano ad acquistare capi griffati, chic, impeccabili, delle più prestigiose firme da un lato, e dall&#8217;altro lato non c&#8217;è capitale europea &#8211; da Parigi a Milano, Londra, Madrid &#8211; in cui non sono prese d’assalto le catene d&#8217;abbigliamento che offrono capi altrettanto eleganti ma con una caratteristica: quella del low cost. Il successo di ZARA dimostra ampiamente che ci si può vestire con gran gusto e divertimento senza aprire un mutuo in banca. La velocità nella progettazione e i tempi consegna permettono un continuo aggiornamento delle collezioni, non si parla più di collezioni stagionali, ma di tante piccole collezioni. Inoltre questa velocità di rinnovo delle collezioni fa entrare in gioco un fattore psicologico, ovvero “l’acquisto d’impulso”: sapendo che un certo bene forse domani sarà introvabile, l’acquirente è spinto ad accaparrarselo. Ogni capo con il marchio Zara, inizialmente, è venduto in pochi esemplari al fine di osservare la reazione del mercato. Inoltre, esso non rimane in vendita per un periodo più lungo di due settimane. L’impero di Amancio Ortega vanta 2.246 negozi ZARA, presenti in 48 paesi del mondo. Gli stores sono ubicati in zone centrali, nelle vie principali dello  shopping,  le vetrine sono particolarmente curate,  fornendo all’acquirente il meglio della collezione. ZARA con i suoi 200 giovanissimi designers, ha preso letteralmente d&#8217;assalto le catwolk, riportando quasi pedissequamente le collezioni che sfilano nelle fashion week milanesi e non solo. I tempi di (ri)produzione sono rapidissimi con il risultato di avere collezioni 2009 già ampiamente esibite nei negozi di tutto il mondo. Il gruppo spagnolo si è convertito in uno dei franchising di maggior successo, produce 40.000 capi l’anno, 12.000 modelli differenti!</p>
<p>Il fatturato annuo è di 4,59 miliardi di euro! Il caso Ortega-Zara è ormai uno dei temi più caldi della moda europea quale esempio illuminante di capacità imprenditoriale. Ed il suo libro “De cero a ZARA” va a ruba tra le nuove generazioni ansiose di sapere i segreti del re dell’abbigliamento. Perchè ZARA riscuote enorme successo, tanto da diventare una passione e routine per tutte le donne? ZARA sceglie la moda che le donne vogliono indossare. La formula vincente è costituita da capi d’abbigliamento ed accessori a prezzi contenuti e dalla qualità media e ciò consente a tutte le donne che non posso permettersi di acquistare un vestito GUCCI di riporre le proprie speranze su Zara dove possono comperare un capo alla moda, o abbinare capi firmati a quelli economici, come fanno spesso le manager e le star. E’ una riserva sempre ricca di selvaggina, dove si trova tanto, di tutto e sempre. Quella di ZARA è una bella sfida raccolta fra l’altro anche da grandi stilisti, con i suoi capi semplici ma sempre molto eleganti. E poi con ZARA possiamo atteggiarci a “snob” spendendo pochissimo. Insomma, nel complesso, l&#8217;effetto è deflagrante. Perchè Zara stuzzica un desiderio di acquisto che si ripresenta ogni sabato, stimolando acquisti anche improbabili, ma fashion, per archiviarli in vista del week end successivo. Ultimo elemento sotto la lente dei commentatori, i budget destinati alle testimonial. Zara qui non entra in gioco, semplicemente sceglie modelle sconosciute che, guarda caso vengono poi lanciate sulle passerelle nelle stagioni successive, come a rendere omaggio alla principale fonte di ispirazione.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Maria Montanaro</strong></p>
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		<title>La Bellezza</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 22:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La bellezza.
Cos’è la bellezza? Può essere considera un mito contemporaneo? E che effetto ha, questa, sulla gente? La risposta non è semplice ma alcuni dati possono chiarirci meglio le idee.
Secondo un recente sondaggio il 13% delle bambine, tra i 6 e gli 11 anni, comincia già a preoccuparsi del proprio aspetto fisico, il 39% delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La bellezza.</p>
<p>Cos’è la bellezza? Può essere considera un mito contemporaneo? E che effetto ha, questa, sulla gente? La risposta non è semplice ma alcuni dati possono chiarirci meglio le idee.</p>
<p>Secondo un recente sondaggio il 13% delle bambine, tra i 6 e gli 11 anni, comincia già a preoccuparsi del proprio aspetto fisico, il 39% delle italiane afferma di essere costantemente a dieta e, come se non bastasse, il 70% di queste si sente depressa e in colpa dopo aver sfogliato per tre minuti una rivista femminile.<span id="more-217"></span></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-218" style="margin-left: 50px; margin-right: 50px;" title="kate moss" src="http://mitologiecontemporanee.com/wp-content/uploads/2009/10/mito-bell-kate-moss1282415138.jpg" alt="kate moss" width="500" height="421" /></p>
<p>Alla  luce di ciò, la maggior parte delle donne crede di dover adeguare il proprio corpo a un determinato modello. Un modello che le aiuti ad assomigliare a quell’ideale di bellezza fisica riconosciuto dalla società e strettamente legato all’epoca e alla situazione economica di un popolo. La bellezza, quindi, è un prodotto culturale, cioè un valore socialmente dato che si modifica nel tempo e nello spazio e che coincide (soprattutto al giorno d’oggi) con la volontà di fermare i segni del tempo, come un’istantanea ai tempi della nostra giovinezza, e con una certa idea di corpo, segnato dalle curve e calibrato secondo certe proporzioni. Le prime ci rimandano al rapporto vita-fianchi. Le ricerche effettuate in proposito mostrano che ovunque gli uomini preferiscono un corpo femminile a forma di clessidra anziché di uovo o di pera, il che corrisponde alle famose misure di Marylin Monroe, 90-60-90. Le seconde, invece, ci rimandano ad un’innata preferenza per la simmetria negli esseri umani, quindi, oggi non verrebbe considerata attraente una persona con un occhio alto e l’altro basso, o con una gamba lunga metà dell’altra.</p>
<p>In poche parole la bellezza non ha solo una base biologica (quale espressione di certe regole di sopravvivenza modellate dalla selezione naturale) ma è permeata e condizionata dalla nostra cultura. Inoltre nella nostra società, i media e lo star system esercitano una pressione costante sui giovani verso la perfezione fisica ed è per questo che oggi la bellezza può considerarsi un mito contemporaneo: una presenza costante che aleggia incontrastata, un’etichetta, una griffe da indossare per poter far parte di quel circuito della contemporaneità, un modo per poter dire “sono al passo con i tempi”.</p>
<p>Nel 1994 due economisti americani, Hamermesh e Biddle, hanno cercato di capire se la bellezza avesse un’utilità pratica. In effetti è risultato che le persone più avvenenti guadagnano il 5% in più di quelle di bellezza media, che a loro volta guadagnano fino al 10% in più di quelle considerati meno attraenti. Molto, comunque, dipende dalla cura personale, dal tentativo di risultare piacevoli, che comunica sicurezza di sé e stima personale. Ma la cosa più sorprendente di questa ricerca è che, mentre le donne, in particolare le giovani, spendono energie, tempo e denaro per la cura di sé finalizzata a somigliare alle donne dello star system, il 68% degli uomini amano le curve e solo il 32% considera un fisico ideale quello alla Kate Moss.</p>
<p>Quindi, alle volte, le donne si confrontano con modelli che non appartengono alla vita reale e si dimenticano di fare a chi le ama la domanda più semplice: ma tu… mi trovi bella?</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Chiara De Astis</strong></p>
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