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	<title>Mitologie Contemporanee &#187; in evidenza</title>
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	<description>sogni collettivi nel terzo millennio</description>
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		<title>L&#8217; IO E IL TU DELL&#8217; UMANITÀ COMUNICANTE</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 14:53:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Marino Niola
Repubblica — 29 luglio 2008 pagina 39 sezione: CULTURA
IPod, YouTube: prima e seconda persona singolare dell&#8217; individualismo di massa. L&#8217; io e il tu dell&#8217; umanità comunicante, i pronomi personali dell&#8217; interlocuzione globale. Nomi brevi, assonanti, allusivi. Misteri etimologici, nuovi mondi da scoprire e da nominare. Sono questi i miti d&#8217; oggi, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Niola</strong><a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/26/io-il-tu-dell-umanita-comunicante.html"><br />
Repubblica</a> — 29 luglio 2008 pagina 39 sezione: CULTURA</p>
<p>IPod, YouTube: prima e seconda persona singolare dell&#8217; individualismo di massa. L&#8217; io e il tu dell&#8217; umanità comunicante, i pronomi personali dell&#8217; interlocuzione globale. Nomi brevi, assonanti, allusivi. Misteri etimologici, nuovi mondi da scoprire e da nominare. Sono questi i miti d&#8217; oggi, le bussole che aiutano l&#8217; homo tecnologicus a navigare nel mare del presente, a esplorare, più che a spiegare, una realtà in perpetua, rapidissima trasformazione. Che è poi da sempre la funzione del mito: traghettare il senso negli stretti insidiosi che separano un mondo che scompare e quello nuovo che si profila in forme sconosciute, enigmatiche, inquietanti.<span id="more-65"></span> Il mito è una parola scelta dalla storia, diceva Roland Barthes nei suoi Miti d&#8217; oggi. Un libro che quando uscì, nel 1957, fece epoca, perché riepilogava il presente in poche parole, lo riassumeva in un glossario fatto di alcuni termini chiave &#8211; oggetti simbolo &#8211; che sintetizzavano la mutazione antropologica della società che usciva dalla guerra. La bistecca e le patate fritte, lo strip-tease, la due cavalli, il vino rosso, i detersivi, la Guide bleu, il Tour de France, Brigitte Bardot. Passioni-ossessioni della prima società dei consumi, che si era appena lasciata la miseria alle spalle e sognava cose concrete, solide, di sostanza. Un simbolismo nutriente, addirittura ricostituente, tutto il contrario del nostro ascetico immaginario a cristalli liquidi, immateriale, vuoto, mobile, virtuale. Perché quando la storia supera un tornante la macchina del mito si resetta. E fabbrica nuove icone. è in questo senso che iPod e YouTube sono entrati nella mitologia contemporanea. Come ologrammi che condensano in un oggetto lo spirito di questo tempo.<!--more--> Nato come merce, l&#8217; iPod (ma anche l&#8217; i-phone) è diventato improvvisamente significato. E in questa metamorfosi c&#8217; è la chiave della consacrazione di un semplice lettore di musica e video a emblema di uno stile di vita hi-tech. Simbolo di identità e perciò stesso rivendicazione di una differenza. A caratterizzare i prodotti contrassegnati con la i e i soggetti che li scelgono è proprio il non essere come gli altri. IPod non è un walkman, come i-book non è un pc e come i-phone non è un telefonino. In un mondo spersonalizzante, competitivo, minacciosamente tecnocratico, gli strumenti con la i diventano il nostro io tecnologico, incarnano il volto umano della mobilità, permettono insomma una sostenibile leggerezza dell&#8217; essere. Bianco, elegante, levigato, minimale, il design stesso realizza l&#8217; utopia di un nuovo modo di vivere la tecnologia che ne fa una seconda natura, senza la discontinuità robotica dell&#8217; informatica ancien régime. IPod replica con mimetismo ibrido, più che animale meno che umano, lo scorrere ininterrotto e trasversale dei flussi della nostra memoria. Senza scatti per passare da una traccia all&#8217; altra, un panta rei digitale che sembra riprodurre l&#8217; anatomia stessa del ricordo. Nelle play list che costruiamo e che scambiamo con altri &#8211; dando vita a forme inedite di comunità estetiche, di reti armoniche &#8211; la musica registrata perde, infatti, il suo carattere esterno, oggettivo, impersonale, archivistico per trasformarsi in ricordo, in qualcosa della nostra soggettività che viene condiviso. L&#8217; oggetto diventa così un prolungamento di noi stessi, realizzando la mutazione antropologica della tecnologia. Con l&#8217; effetto di una naturalizzazione del digitale che smette di essere una protesi elettronica per trasformarsi in organo pulsante, attaccato alla pelle al punto da diventare me. Digito ergo sum. è il motto di uno spostamento progressivo dal tecnologico al biologico, dall&#8217; avere all&#8217; essere, dalla terza alla prima persona. Il che consente all&#8217; informatica di realizzare la promessa contenuta nel suo nome e di diventare pura sinapsi, materia subtilis, funzione senza peso. IPod, letteralmente io-piede, o in senso figurato io-cammino, o ancora io non resto fermo. Come dire la mobilità in un nome che, non a caso, evoca il movimento, il camminare poiché deriverebbe dalla parola piede. Esattamente come Edipo, il più mitico dei nomi. L&#8217; etimologia, lungi dall&#8217; essere certa è tuttavia piena di verità. Una verità di ordine simbolico e non di ordine logico o filologico. L&#8217; autenticità dei miti, infatti, sta tutta nel valore condiviso che essi assumono e la loro forza sta nella capacità di orientare il senso comune: il mito funziona come una bussola e non come un microscopio. La parola mitica è sempre un concentrato di senso, o meglio di sensi. è significato ad altissima densità iconica. Per esempio il nome Edipo, che significa letteralmente &#8220;piede gonfio&#8221;, rende il gonfiore dei piedi universalmente significativo, ne fa il simbolo di uno zoppicamento del mondo, di un cattivo andamento della realtà che precipita tragicamente, come una persona che cade in disgrazia. E le fatali Sirene hanno già nel nome &#8211; dalla radice sir che vuol dire canto &#8211; sia l&#8217; incantesimo del suono che il grido dell&#8217; allarme. Il pensiero mitico trasforma dunque un nome comune in un nome proprio di cui tutti riconoscono il senso a prima vista e che applicano alla realtà come un cifrario, come una chiave d&#8217; interpretazione. Ecco perché iPod diventa la personificazione di un&#8217; azione, l&#8217; iconizzazione di una funzione, la sua sacralizzazione laica. Al fondo del nostro linguaggio di ogni giorno giace una sterminata mitologia, un infinito catalogo di significati virtuali che di volta in volta le correnti epocali e le onde emotive disincagliano facendole venire a galla, passandoci sopra un colpo di evidenziatore collettivo. Proprio come nel web dove si parla di far galleggiare l&#8217; informazione, di linkarla. In fondo i miti, di ieri e di oggi, sono proprio dei link che fanno affiorare le parti nascoste della realtà, gli strati giacenti del linguaggio, richiamando alla superficie le profondità inesplorate dell&#8217; essere che emergono dalla quotidianità della parola stessa. Potenza di un piede. Talmente iconico da figliare parole nuove come podcasting &#8211; composta da pod e da broadcasting, ovvero condivisione di file audio &#8211; eletta parola dell&#8217; anno 2005 dal New Oxford Dictionary celebrando di fatto la metamorfosi della funzione tecnica in indicazione mitica. Se iPod è insieme anima e mente dell&#8217; individuo di massa &#8211; contrazione egocentrica, quasi autistica della propria interiorità, del proprio mondo, delle proprie preferenze e passioni in pochi grammi di guscio &#8211; YouTube rappresenta invece l&#8217; interlocuzione globale all&#8217; ennesima potenza. Che fa di ciascuno la seconda persona di un tu per tu planetario tra immagini. E dunque la relazione con l&#8217; altro appare totalmente oggettivata, quasi anatomizzata. La rete funziona da lente d&#8217; ingrandimento che mostra a una velocità vertiginosa &#8211; ogni giorno cento milioni di video visionati e sessantacinquemila nuovi filmati aggiunti &#8211; l&#8217; umanità ridotta ai suoi minimi particolari, spesso i più bizzarri, mostruosi, paradossografici, rendendola di fatto estranea, mero oggetto di visione posto a distanza telescopica. E proprio telescopio significa in antico slang il termine tube. Ciascuno è voyeur ed entomologo di una realtà ancora in frammenti: una zoologia imperfetta fatta di individui non ancora raggruppati in specie. è la vera Naturalis historia dell&#8217; immaginario globale, fatta di eccezioni di cui è difficile trovare la regola. Un&#8217; umanità singolare che sembra uscita dalla penna di Erodoto o di Plinio. Ma attende ancora un Linneo che metta ordine nel suo caos e ci insegni a leggerne le figure.</p>
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		<title>Villaggio Blog</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2009 23:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marino Niola
Repubblica — 29 luglio 2008   pagina 39   sezione: CULTURA
«Dovessi spiegarti che cos&#8217; è il mio blog ti direi che è un luogo, riscaldato d&#8217; inverno ed areato d&#8217; estate, con un indirizzo e una buca delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una porta aperta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Niola</strong><br />
<a title="l'articolo su repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/29/villaggio-blog.html" target="_blank">Repubblica</a> — 29 luglio 2008   pagina 39   sezione: CULTURA</p>
<p>«Dovessi spiegarti che cos&#8217; è il mio blog ti direi che è un luogo, riscaldato d&#8217; inverno ed areato d&#8217; estate, con un indirizzo e una buca delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una porta aperta per entrare se ti andrà. L&#8217; insieme dei blog che leggiamo e di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal caso».<br />
Parola di blogger. È evidente che il blog è molto più di un sistema di comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma di vita, per dirla con Wittgenstein.<span id="more-62"></span></p>
<p>In entrambi i casi uno spazio di condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi, sensibilità, abitudini, codici sedimentati &#8211; ma prima ancora creati &#8211; e da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale. Certo che il blog è un luogo di confronto e di scambio di idee, informazioni, pareri, servizi, ma è anche di più, molto di più.</p>
<p>Questa forma di diario in rete &#8211; il termine è la contrazione di web e di log che significa appunto diario ma anche traccia &#8211; sta dando vita a una nuova cartografia sociale. Fatta di punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni. Qualcuno li considera un po&#8217; come la versione immateriale dello Speaker&#8217; s Corner, letteralmente angolo dell&#8217; oratore, di Hyde Park a Londra, dove chiunque può montare su una cassetta di legno a mo&#8217; di palco e predicare sul mondo in assoluta libertà. Occupando un angolo di spazio pubblico per dire la sua. Quella minuscola cassetta garantisce una sorta di extraterritorialità che consente a ciascuno di dire fino in fondo tutto ciò che pensa. A ben vedere il blog è proprio una occupazione di immaginario pubblico, una sorta di tribuna virtuale. E contribuisce a rivelare la forma dei nuovi spazi collettivi di una società che ha profondamente mutato le sue categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni, dai luoghi tradizionali &#8211; territori fisici delimitati, confinati, sul modello delle nazioni &#8211; agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le mappe del presente.</p>
<p>Nuovo luogo della condivisione pubblica in un tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico tradizionale: un po&#8217; circolo, un po&#8217; palcoscenico, un po&#8217; salotto, un po&#8217; sezione di partito, un po&#8217; piazza, un po&#8217; caffè. I diari in rete rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica, residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza. Ecco perché il blog non è solo uno strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A farne un mito d&#8217; oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione. Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza: sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti, mobili, convenzionali. E come sia cambiata la stessa nozione di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo, ovvero l&#8217; idea di confine naturale, in favore di quella di confine digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese, della città, del quartiere, della classe d&#8217; età, della famiglia, della parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale. Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca del luogo e della persona. Un&#8217; idea che ha l&#8217; immobile solidità del ferro e non la mutevole fluidità dei cristalli liquidi.</p>
<p>In realtà a costituire il tessuto spaziale, ieri come oggi, sono sempre le relazioni, mai semplicemente le persone fisiche. E oggi le relazioni sono sempre meno incarnate, sempre meno materializzate, ma non per questo scompaiono. La liquidità della rete è la vera materia sottile della trama sociale contemporanea, e perfino di quella spaziale se è vero che oggi l&#8217; iperconnessione è il principio vitale che circola come sangue nel corpo del villaggio globale. I cosiddetti non-luoghi sono in realtà più-che-luoghi, super-luoghi, sono luoghi all&#8217; ennesima potenza, acceleratori di contatti, incroci ad alta densità, moltiplicatori di collegamenti tra bande larghe di umanità. È questa la cartografia wi-fi della nuova territorialità, la cosmografia del presente di cui Internet è il dio e Google è il primo motore immobile. Una rivoluzione recente ma che sta già cambiando il vocabolario dell&#8217; essere: dal to be al to google e, sopratutto, al to blog. Non a caso bloggare è diventato un verbo. Il terzo ausiliare per chi è in cerca di casa, di lavoro, di visibilità, di posizione insomma. È la terra promessa degli homeless digitali, la nuova frontiera dei migranti interinali in cerca di hot spots, di porte wireless, di ambienti interconnessi. Un nuovo paesaggio fatto di camere con vista sul web. Proprio così una blogger definisce il suo miniappartamento virtuale. O un villaggio di villette monofamiliari dove si lascia sempre aperta la porta di casa perché chi ne ha voglia possa entrare a prendere un caffè. Altro che fine del legame sociale. La blogosfera è la traduzione della mitologia comunitaria nella lingua del web, la declinazione immateriale della società faccia a faccia: la nostalgia del paese a misura d&#8217; uomo in un download.</p>
<p>Frequentare i blog serve, fra l&#8217; altro, a smontare molti dei luoghi comuni sugli effetti nefasti della digitalizzazione della realtà e sull&#8217; apocalisse culturale che essa comporterebbe. Fine della lettura, tramonto dell&#8217; italiano, declino dello spirito collettivo. In realtà questo sguardo luttuoso sul cambiamento lamenta sempre la scomparsa delle vecchie forme e proprio per questo fa fatica a riconoscere l&#8217; intelligenza del presente. A parte quelli specializzati, espressamente attrezzati a luoghi di cultura, palestre di discussione critica, gabinetti di lettura, atelier di scrittura, i blog sono in generale delle officine stilistiche e retoriche in continua attività, dove la capacità di persuasione e l&#8217; estetizzazione della comunicazione hanno spesso un ruolo fondamentale. «Qui sul blog è tutta un&#8217; altra cosa. Scrivo in modo molto diverso da come scriverei su un diario. Le persone che mi conoscono commentano e dicono la loro, e i pensieri pubblicati sono molto più profondi». Per quanto diversi fra loro, i blogger nascono dal linguaggio e vivono di linguaggio. Un regime democratico, dove ciascuno è opinionista nel libero mercato delle opinioni, senza gerarchie di posizione, senza ruoli, senza il peso dell&#8217; autorità. Dove ognuno è quel che scrive, dove tutti hanno pari facoltà d&#8217; interlocuzione. È la nuova utopia della libertà e dell&#8217; eguaglianza. Compensazione simbolica al malessere attuale della democrazia in carne e ossa.</p>
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		<title>Manifesto</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 19:08:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che cos’è un mito? E soprattutto il pianeta di Obama e di Hollywood è ancora capace di inventare nuovi miti? Da queste due domande nasce questo blog ideato dagli studenti del corso di Mitologie contemporanee dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e dalla loro docente Elisabetta Moro, antropologa e ricercatrice che lavora da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è un mito? E soprattutto il pianeta di Obama e di Hollywood è ancora capace di inventare nuovi miti? Da queste due domande nasce questo blog ideato dagli studenti del corso di Mitologie contemporanee dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e dalla loro docente Elisabetta Moro, antropologa e ricercatrice che lavora da tempo sui miti antichi e moderni. Perché anche le società ipertecnologiche che vivono nel culto della razionalità fabbricano miti. Cioè storie. La parola greca mythos in origine significava né più e né meno racconto.<span id="more-6"></span> E nel nostro mondo ipercomunicante non possiamo fare a meno di uno strumento della comunicazione tanto potente e antico. Così accanto ai maestosi centauri, alle seducenti sirene, ai granitici ciclopi, agli eroi dell’Odissea, alle madri maledette come Medea, alle donne libere come le amazzoni, giorno dopo giorno il nostro immaginario collettivo plasma nuove icone. Oggetti, personaggi, storie, idee che dicono quello che siamo. Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss, massima autorità in materia, ha detto che non sono gli uomini a pensare i miti, ma sono piuttosto i miti che si pensano attraverso di loro. Così oggetti culto come l’<em>iPod</em>, il <em>SUV</em>, il <em>Tom Tom</em>, <em>Google</em>, il <em>sushi</em>, la <em>tecnologia</em> dicono sotto sotto chi siamo e che cosa siamo diventati. Il modo in cui usiamo questi nuovi strumenti dell’immaginario, li desideriamo, li detestiamo ci rivelano il nostro rapporto con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Sono questi nuovi sogni collettivi che il <em>think tank</em> di <strong>mitologiecontemporanee.com</strong> intende esplorare, capire e condividere con chiunque ne abbia voglia. Convinto che il pensiero sia sempre e solo <strong>open source</strong>.</p>
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