Vita in diretta
L’evoluzione della tecnologia, unitamente all’evoluzione della società, ha determinato, o quantomeno influenzato il palinsesto televisivo. La paleotelevisione mirava al divertimento dello spettatore e soprattutto all’accrescimento del senso critico e alla sua formazione culturale. La neotelevisione, invece, presenta programmi confezionati, in cui persino le emozioni e i sentimenti vengono spettacolarizzati, e non solo, anche le notizie di cronaca dei telegiornali sfruttano immagini sempre più crude che puntano al sensazionalismo e al coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Essa entra nella vita privata delle celebrità e dell’uomo qualunque, infatti sono sempre più numerose le persone che non esitano ad entrare nei salotti televisivi e raccontare, attraverso le telecamere, il proprio mondo, le proprie emozioni e di farsi utilizzare e utilizzare la tv. Che si tratti di reality show, di programmi d’intrattenimento o di riviste patinate, il denominatore comune è sempre lo stesso: “mettere in piazza i propri sentimenti”. Sembra che tutti siano pervasi da un’irrefrenabile voglia di raccontarsi, di mostrare il proprio privato, di rendere “spettacolo” il proprio mondo interiore, esagerando intenzionalmente l’intensità dei sentimenti espressi: gioia, felicità, presunti innamoramenti. Così anche il dolore e le lacrime, diventano “spettacolo” per l’occhio indiscreto delle telecamere. I programmi sembrano essere una via di mezzo tra uno sfogo tra amiche e una seduta psicanalitica, in cui sia persone totalmente sconosciute, che professionisti stimati dal pubblico, si sentono autorizzati a spiattellare al pubblico ogni loro più privato e personale tormento. Il grande successo della “tv dei sentimenti” scaturisce dal fatto che essa è seguita maggiormente da un pubblico che preferisce superare le incertezze e le delusioni della propria quotidianità affrontandole con l’emozione virtuale dell’intrattenimento televisivo. Questo genere di programmi è fiorito intorno agli anni ‘80, in un momento di capovolgimento tra pubblico e privato, a vantaggio del secondo, privilegiando le “microstorie” individuali e quotidiane e mostrando indifferenza per le grandi storie collettive, sociali e politiche. Tale genere di televisione ricalca la corrente “minimalista” che ha interessato l’arte nei primi anni ‘60 e più tardi anche la letteratura. Con il termine “minimalista” si intendono le opere di una generazione di giovani narratori americani tra i quali John Barth, Robert Coover, William H. Gass e l’irlandese Samuel Bechet. Essi mirano alla narrazione del particolare, del quotidiano con uno stile e un linguaggio asciutto, essenziale, immediato. I protagonisti delle loro opere non sono personaggi straordinari o eroi, ma sono persone comuni, normali, così come lo sono i protagonisti della “tv dei sentimenti”. Questo genere letterario e le rappresentazioni televisive moderne puntano esclusivamente alla partecipazione diretta del lettore-spettatore in maniera fortemente emotiva fino a giungere ad una sorta di “empatia”. Il coinvolgimento è così forte e profondo che lo spettatore è chiamato a scegliere da che parte stare, chi difendere e chi, invece, denigrare.
Carmen Franzese
Pubblicato: 27 October 2009 | miti
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