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la Kefiah

TRADIZIONE, MODA, MITO.

La kefiah è un indumento di seta, cotone o lana, tipico dell’area mediorientale, usato soprattutto come copricapo tradizionale della cultura palestinese.

Yasser Arafat – leader dell’Organizzazione Libera Palestina, poi dell’Autorità Nazionale Palestinese, nonché Nobel per la pace per l’azione diplomatica svolta in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – ne fece suo emblema.

Storicamente la kefiah ha assunto un significato politico-sociale in qualità di simbolo della lotta contro l’occupazione israeliana nel territorio palestinese e quindi richiamo all’intifada, senza però avere a che fare con un determinato partito politico.

Anzi ne esistono tre varianti:
- quella bianca e nera, associata all’OLP e ad al-Fatḥ (movimenti socialisti) ;
- quella verde, colore dell’ Islam, anche associata ad Ḥamās (movimento fondamentalista islamico di estrema destra) ;
- quella rossa, associata al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), di ispirazione marxista-leninista; usata inoltre in Arabia Saudita.

Uno dei modi più comuni di indossare la kefiah nella cultura palestinese è metterla a triangolo sulla testa di modo che ricada sulla nuca e sulle spalle; un altro consiste nel dispiegare la kefiah per intero, collegando le estremità opposte, e avvolgerla al collo.

È proprio quest’ultimo stile “a sciarpa” che si è diffuso al di fuori dell’area mediorientale. Indossato maggiormente da giovani di sinistra radicale, è passato quindi a designare un certo modo di pensare per lo più legato al partito comunista. La globalizzazione ha fatto il resto.

Diventata oggi di moda, la kefiah, nei modelli più svariati, trova posto nelle collezioni di nomi come Gucci, Emporio Armani, Balenciaga. L’essere un “foulard” che comunque ha un plusvalore legato allo chic multietnico ne ha determinato il successo.

Oltre che nelle “piazze rosse”, infatti, l’uso della kefiah si è diffuso da New York a Parigi a Milano, capitali della moda, arrivando ovunque, anche nei luoghi frequentati da persone di opposta tendenza ideologica. Insomma, la kefiah supera confini geografici, ma anche temporali. Se il dinamismo è l’essenza della moda, essa viola questa regola dato che il suo uso ricopre un periodo più lungo di una stagione (seppure la tendenza implichi picchi nella quantità di persone che la indossa). Infatti, pur lasciando perdere la tradizione mediorientale, anche in Occidente è già nel ‘68 delle rivolte studentesche che si indossa nelle manifestazioni, così come il basco del Che. C’è infatti chi la usa per nobilitare con qualcosa di più profondo il semplice abbigliarsi, avendo la kefiah la propria forza nell’essere un simbolo di appartenenza e di valori in una società in cui c’è bisogno di identificazione per sfuggire all’anomia. Trova in questo il suo statuto di potenza simbolica, come accade a tutto ciò che richiama con la scorciatoia dell’immagine, i modi di pensare e gli ideali, rendendoli tangibili.

Alessia Esposito

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