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Globish

Il termine globish nasce dalla fusione di Globe ed English e si usa per indicare un inglese leggero, di base e che tutti possono capire.

Esiste un dizionario del globish di sole 1500 parole, scritto dal francese Jean Paul Nerriere, ex dirigente della IBM.

Nerriere ha avuto questa idea dopo aver partecipato ad un congresso in cui c’erano colleghi di tutto il mondo che tra loro comunicavano con il globish, quando si sono presentati i due americani che dovevano tenere la conferenza gli altri hanno capito solo i loro nomi per il resto non sono riusciti ad intendersi.

globishIl globish è solo il termine finale di un processo che secondo Marshal McLuhan avrebbe finito per rendere il nostro mondo un “Villaggio Globale”, scenario di un enorme aumento della mobilità, di una drastica riduzione del tempo e dello spazio reale a favore del virtuale, di una circolazione di prodotti e di conoscenze senza precedenti, della globalità dei processi economici e politici.

Si vengono a creare reti di interconnessioni che coinvolgono perfino i contesti locali più periferici e non stupisce l’accostamento di due termini opposti: “villaggio” e “globale”, l’uno fa riferimento ad un contesto chiuso, tradizionale, l’altro a tutto ciò che è senza frontiere.

I fenomeni di immigrazione, il turismo, la proliferazione urbana, i mezzi di trasporto di massa, i media e soprattutto internet hanno accelerato a tal punto i processi sociali che si avverte la sensazione di vivere in un mondo sempre più piccolo, in cui scompaiono le distanze fisiche e gli avvenimenti che accadono in un luogo hanno conseguenze immediate su altri luoghi e persone molto lontane tra loro.

Negli ultimi anni c’è stato un processo di standardizzazione culturale, il globish è esattamente a metà tra nuove ondate di libertà e spinte omologatrici.

Vi è una sempre più marcata tendenza all’universalizzazione, intesa come unificazione degli stili di vita, dei simboli culturali e dei modi di agire.

La convergenza delle diverse culture in un insieme omogeneo e globale è quanto viene prefigurato dalla teoria della McDonaldizzazione del pianeta di Ritzer.

In realtà, nella misura in cui anche le ultime nicchie del mondo, con le loro umanità marginali e i loro saperi iperlocali, sono integrate nel mercato mondiale, sorge certamente un mondo unico, ma che non è in grado di riconoscere la molteplicità e di mettere in valore le differenze. Un mono-mondo che abdica di fatto ad un futuro pluralistico-cosmopolita per autorappresentarsi e percepirsi come un mondo di merci.

Contro la tesi della Mcdonaldizzazione del mondo si schierano Geertz, Robertson, Appadurai, Albrow, Featherstone che seguendo la tradizione della cultural theory propongono di sostituire il termine global con l’espressione glocal. Purché quando si parla di glocalizzazione si intenda la fusione di globale e locale, e non la contrapposizione tra i due termini, perchè questi non possono escludersi a vicenda essendo l’uno parte integrante dell’altro. E allora ben venga il globish se serve ad incontrasi, purché poi si cominci a conoscersi e soprattutto a capirsi.

Annalisa Brignola

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