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Gli spazi del Vuoto

Il vuoto è presente nelle nostre vite più di quanto ce ne si possa rendere conto, con la particolarità che sa far cadere l’attenzione sul suo opposto, il pieno, ma in molti casi è più contingente di quest’ultimo.

Esso è intriso di ambiguità, rappresenta tutto e non rappresenta niente.

Eppure, tra l’idea di vuoto che esiste in Occidente e quella concepita in Oriente non vi è nessuna relazione perciò si tratta di un concetto difficilmente definibile ma culturalmente definito.

vuotoIl vuoto, come siamo generalmente abituati a pensarlo nel mondo occidentale, confluisce nel nichilismo, mentre in quello orientale è la condizione di possibilità di tutti gli eventi, di tutte le cose. Il vuoto in questo senso è il massimamente pieno. Questa è la grande idea che ha avuto il buddhismo, per cui la nozione di vuoto non è vacuità nel senso difettivo occidentale, ma condizione di possibilità, un potenziale. Il vuoto è dinamico, in procinto di realizzarsi.

L’estetica del vuoto, nel mondo orientale, e negli ultimi tempi anche in quello occidentale, trova il suo fondamento in un’etica dell’attenzione.

In un’epoca di troppa pienezza, nella quale il diktat sembra essere quello di riempire tutto, fino al raggiungimento della massima capienza, il vuoto è diventato, paradossalmente,un nuovo bisogno.

L’esigenza di vuoto si impone sempre di più giorno per giorno, la vediamo nascere e svilupparsi nei negozi di arredamento, applicata sempre più frequentemente nei locali delle grandi città italiane e in molte abitazioni. Ma perché si tende a rendere la propria casa sempre più asettica, anziché vissuta? Dov’è finita la famosa atmosfera italiana del focolare domestico e della storia che inesorabilmente si sedimenta?

Forse una risposta sta nel fatto che la vita fuori dalle abitazioni è già di per sé caotica, impegnata, zippata, che almeno nelle proprie case si ricerca un ordine e una tranquillità che solo l’essenzialità, e di conseguenza l’applicazione in re del vuoto, sono in grado di offrire. Come un tavolo vuoto, una parete nuda o una sedia trasparente; o ancora c’è chi ama avere spazio intorno a sé e che gli oggetti riescano a dare vita ad un proprio intervallo, caratterizzato da molte pause create da bianco, nero, grigio, o dalla modernissima tecnologia a scomparsa. Se gli oggetti d’antan nelle case dei nostri nonni rievocavano il rapporto con gli antenati e con la storia e il calore familiare, oggi tutto ciò che è vissuto sembra semplicemente vecchio, sporco, polveroso, con le impronte di chi ha toccato quelle cose. Così oggi si prediligono gli spazi e le cose immacolate e intoccabili, come le piante finte ornate di fiori di seta impalpabile,perché esteticamente rimangono sempre perfette. E per le stesse ragioni si preferiscono le leghe in alluminio alla plastica, l’acciaio alla terracotta, il ferro al legno.

L’uomo occidentale da sempre è stato attratto dalla possibilità di riempire gli spazi e quindi sembra alquanto strano questo suo accostamento al vuoto, ma in realtà nelle città italiane questo concetto non è sconosciuto e lo dimostrano le mappe dei cartografi del XV secolo tracciate proprio a partire dagli spazi vuoti.

È piuttosto l’idea americana che si pone agli antipodi di questo concetto perché essendo l’America un grande paese dove tutto è isolato, paradossalmente, essa rifugge dall’idea di vuoto. Invece in Europa dove gli spazi sono congestionati, intralciati, ne riconosciamo il valore. Un valore che ricerchiamo e mettiamo in atto in quanto caratterizzati da una “quasi” soffocante pienezza interna, da una totalità eccessiva.

Pieno e vuoto, due concetti opposti, ma indispensabili l’uno dell’altro, che si alternano nel nostro quotidiano, e che secondo la filosofia orientale rappresentano il centro del mistero della nostra vita.

Sara Leopardi

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