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Barack Obama

“Yes, we can!” – Sì che possiamo. Mitizzarlo.

« Sappiamo che la battaglia davanti a noi sarà dura, ma ricordate sempre che non importa quanti ostacoli ci siano sulla nostra strada: niente può resistere nella via del potere di milioni di voci che chiedono di cambiare»
Barack Obama

Gli amici della gioventù lo ricordano estroverso, amante del jazz e del basket; dell’hashish, talvolta.
Obama ha sangue americano e africano, è nero e ha vissuto la giovinezza a Honolulu, dove ogni gruppo etnico non supera il 25% della popolazione consentendo una pacifica convivenza tra le culture che si riconoscono tutte negli Aloha Valius: mitezza, fratellanza e uno stare sulla terra in punta di piedi. Un modo di essere che appartiene anche al neopresidente.

Barack Obama, sembra giunto alla presidenza degli Stati Uniti d’America sospinto dal basso, incarnando una soggettività multisfaccettata, composta tra l’altro dal caleidoscopio di emarginati, di outsider.
Si tratta di una figura assolutamente nuova, che pressa dal basso per soppiantare la classe dirigente sinora al potere.
Qual è l’origine simbolica e comunicativa del neopresidente americano?
Innanzitutto poca economia e moltissimi ideali. Per dirla alla Maffesoli, “è più importante sedurre che convincere, e si seduce con le passioni”*. E si seduce soprattutto parlando una lingua comprensibile.

Il suggestivo slogan “yes we can” suggerisce una compartecipazione reale degli elettori, i quali hanno finanziato in prima persona e con una partecipazione popolare inedita l’intera campagna di Obama. Gruppi di supporto spontanei hanno organizzato il foundrising, il merchandising, gli incontri con gli elettori e assistito entusiasti all’ascesa al potere del primo presidente nero.

Incentrando il suo percorso elettorale sull’identificazione del suo corpo politico con quello delle reti, indossando letteralmente i panni del web 2.0, si è posto come il primo presidente espressione della cultura digitale.
Obama, infatti, inaugura nuove forme di comunicazione politica sul web, attraverso myspace, twitter, facebook; parla dunque al popolo con i loro strumenti di comunicazione, crea un rapporto affettivo col personaggio e con l’uomo.
La sua impresa è epica: con straordinaria abilità emerge vincente dalla macchina politica e dai giochi di potere, quasi come Davide contro Golia.

Emoziona, infatti, Obama parlando di cambiamento, ma al contempo resta coi piedi per terra, sa che il vero cambiamento richiede consenso, conoscenza e soluzioni condivise.
E’ l’Ulisse, che sfida la bonaccia della crisi economica, le sirene delle lobbies, le disavventure della politica internazionale; che con la sua intelligenza e “canoscenza” affronta le difficoltà della sua gente; sicuro e fiero dell’appoggio del suo popolo che gli da fiducia, e della sua Penelope-Michelle, soprannominata dal marito “la roccia”, simbolo di un’antica fedeltà femminile che declinata al futuro diventa allenza e partnership.

Ciò che rende Obama un mito è forse proprio la semplicità, la straordinaria umanità con cui mostra il proprio ottimismo, la capacità ascoltare e apprendere da tutti, mettendo in valore anche i punti di vista di chi fino ad ora non ha mai avuto udienza da un presedente; la fiducia nel fatto che ci saranno cambiamenti seri e positivi per l’economia, l’etica, la società, i rapporti internazionali.

Arriva laddove la politica sembrava non mettersi più in gioco: fa innamorare le nuove generazioni che sognano di avere un Kennedy e un nuovo Martin Luther King.
Si incarna contemporaneamente nel corpo del leader, giovane, agile e tendenzialmente informale; nel colore della sua pelle, nella maniera in cui il messaggio politico è articolato dal basso, apparentemente senza un vertice e una scrittura predeterminati, così come nel modo di rivolgersi non più ad una opinione pubblica astratta e impersonale, ma ad una “emozione pubblica”, a una soggettività che pensa con i sensi e non semplicemente con la testa. Che sceglie di sperare in un nuovo sogno americano. Il sogno del cambiamento.

Federica Marletti

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