Self Made God
“Il consumo dell’ecstasy è esploso come un’epidemia: negli ultimi cinque anni è aumentato del 70%. Ci sono 40 milioni di persone nel mondo che usano le anfetamine. Ed è bastato un decennio, l’ultimo, perché la quantità di anfetamine sequestrate passasse da 4 a 40 tonnellate. È un rapporto che mette i brividi.”
da Corriere della Sera -- Roma, 24 settembre 2003.
L’ecstasy-estasi, l’alcol, l’anoressia, in una parola: lo sballo. Al di là di tutti i discorsi moralistici ed educativi che si vogliano fare al riguardo, è indice di un’istanza immanente al mondo contemporaneo, ma che affonda le sue radici in un passato, il più remoto: da Dionisio a Jim Morrison. È l’uscire fuori dal sé, allontanarsi dalla razionalità e dalla normalità della vita quotidiana, troppo vincolata all’humus.
Nelle società “primitive” erano i rituali di possessione, la trance in particolare, il momento nel quale l’uomo poteva accedere ai misteri del divino. Oggi la “trance” è un’ossessione, continuamente ricercata, è diventata quasi la regola; la compagna ecstasy, l’amico alcol e il nemico cibo sono costanti delle nostre vite, sempre presenti, mitizzate perché icone di un “sovra-mito” che le comprende e permea le nostre esistenze: è il divino di cui crediamo di essere l’incarnazione, ciò che rende l’uomo insaziabile, che lo spinge ( meglio sarebbe dire “si auto-spinge” ) all’autocentrismo.
Forse figlio dell’individualismo dell’epoca contemporanea, convenzionalmente subentrata all’epoca moderna con la seconda Rivoluzione Industriale, e che ha portato in auge la logica utilitaristica, eppure plasmato dalla cultura dell’immagine, negli ultimi anni ha preso corpo di pari passo con l’immaterialità delle comunicazioni, delle relazioni: da Internet alla velocità della fruizione che rende impossibile la stessa ( si pensi ai viaggi-vacanza della nostra epoca che sembrano avere il loro fine nello spostamento, nel movimento perpetuo. Il cosiddetto turismo mordi e fuggi ha preso le redini del viaggio-conoscenza di una volta, cosicché il viaggio stesso diventa il non-viaggio perchè si presuppone di sapere già tutto.) Immateria, sarebbe la parola adatta, se si volesse coniare un nuovo termine per identificare questa nuova essenza, questa nuova materia. La filosofia alla base di certa anoressia è proprio l’assurgere ad una condizione divina, alla leggerezza che implica la purezza, all’immaterialità, dunque, per cui ci si allontana dai piaceri terreni. Vogliamo andare oltre, al di là, anche di noi stessi; talvolta questi “vizi” conducono alla morte, ma il vero fine è possedere, palpare con mano, umana, il vero piacere, il piacere del Dio. Non a caso condizione generata dalle ultimissime droghe, come brown e crystal, è proprio quella dell’assenza di fame oltre che del piacere.
Tante divinità individuali, dunque essere dio di se stesso: è quello che potremmo chiamare il mito dell’auto-assorbimento, dall’inglese self-absorbment, termine in voga oltre Manica che, diventato la parola chiave della campagna elettorale di Barack Obama, indica la pratica dell’uomo contemporaneo di adoperare tutte le risorse a disposizione per migliorarsi, per giungere alla perfezione divina. È implicita l’idea dell’autoreferenzialità, il riferirsi sempre a se stessi, avere fede solo in se stessi.
Rossella Galletti
Pubblicato: 8 March 2009 | miti
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