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L’incompreso di sinistra

Il mestiere dell’intellettuale è vecchio almeno quanto quello della prostituzione. Non volendo scomodare filosofi e saggi dell’antichità, non per la paura di essere blasfemi, ma per il timore di tediare il nostro lettore, possiamo far risalire la nascita del padre dell’intellettuale di sinistra nella Russia degli anni 20 del secolo breve. La rivoluzione del 1917 segnerà in ampi strati della popolazione mondiale l’inizio di un sogno utopico. Il tempo, si sa, è il primo artefice del mito, ed in poco tempo nel Belpaese, ma più in generale in tutta Europa, essere di sinistra significava, e significa tutt’ora, muoversi in un universo mitologico ben definito.

Le feste dell’Unità si tingevano di patriottismo e di romanticismo, le canzoni degli Inti-Illimani venivano fischiettate da giovani dalla barba incolta che indossavano eskimo e kefiah, il volto di Che Guevara veniva stampato sulle magliette rosse o tatuato su bicipiti. La costellazione dei miti di sinistra nati e cresciuti nel 900 appare sconfinata. In questo background si muovevano persone come Pier Paolo Pasolini o Giorgio Gaber, consegnati alla storia per il loro libero pensare: intellettuali in aperto conflitto con la borghesia. Sono memorabili sia la poesia “Il PCI ai giovani” del regista bolognese, scritta dopo gli avvenimenti di Valle Giulia del ‘68, sia il monologo “Qualcuno era comunista” che la canzone “Se io fossi Dio” dell’attore milanese.
I pensatori che si iscrivono in questo ciclo sono tantissimi, dai musicisti come Fabrizio De Andrè, agli attori come Dario Fò, non dimenticando giornalisti come Enzo Biagi, passando perfino agli architetti come Fuksas o dei registi politicamente impegnati come Nanni Moretti; non c’e’ invece bisogno di citare i comici italiani, percepiti indistintamente come tutti di sinistra. Ovviamente i comici del Bagaglino fanno storia a parte.

In questo brodo significante si stratifica nell’immaginario collettivo una figura lontana dalla massa: l’incompreso di sinistra. Ci troviamo di fronte ad un tipo sinistro, metà uomo e metà labirinto, iperfilosofico, incapace di esprimersi in un linguaggio normale ma che anzi usa un lessico più che forbito, quasi incomprensibile; è un acrobata del pensiero, spesso aduso a voli pindarici assurdi fuori dalla logica spicciola dell’uomo qualunque, per forza di cose non iniziato al pensiero aulico di sinistra.

Il verso satirico dei comici italiani spesso mischia questi tratti portati a livelli parossistici, con l’inconcludenza e il pressapochismo mal celato di chi non appartiene a questo mondo ma ne vuole per forza farne parte. Il tutto si risolve nel gioco dello specchio, l’incompreso deve scontare il suo peccato originale, quello dell’allontanamento dal popolo, con la messa al bando da parte del popolo stesso che non solo non lo capisce, ma che addirittura si tura le orecchie e copre gli occhi quando il saggio cerca di indicare col dito un altro dito che indica ancora un altro dito che a sua volta indica la luna.

Francesco “Lhaudian” Carannante.

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